Le donne internate in Italia durante la Grande Guerra – Esperienze, scritture e memorie

di Matteo Ermacora

[Matteo Ermacora ha conseguito il dottorato di ricerca in storia sociale europea presso l’Università di Venezia “Cà Foscari”, insegna nelle scuole secondarie e fa parte della redazione di DEP; oltre a diversi articoli, ha pubblicato i volumi La scuola del lavoro. Lavoro minorile ed emigrazione in Friuli(1900-1914), Ermi, Udine 1999 e Cantieri di guerra. Il lavoro dei civili nelle retrovie del fronte italiano (1915-1918), Il Mulino, Bologna 2005.]

Introduzione

campo di cA partire dal giugno del 1915 le autorità militari italiane diedero avvio nei territori ex-austriaci occupati ad ampi sfollamenti delle popolazioni e ad una severa politica di internamenti volta a garantire la sicurezza militare e ad eliminare qualsiasi ostacolo che si frapponesse alla rapida integrazione dei territori conquistati dallo stato italiano. Questi provvedimenti di “polizia militare”, extragiudiziali, che avevano effetto immediato, non prevedevano interrogatori, processi e possibilità di difesa, ma si configuravano come parte essenziale di quei poteri eccezionali che il governo aveva affidato al Comando Supremo nel maggio del 1915. Il fondamento giuridico assegnato al generico sospetto e alla capacità di dolo, gli ampi poteri concessi ai singoli comandi militari permisero lo sbrigativo  allontanamento delle persone sospette dalle zone prossime alle linee di combattimento e dai centri interessati dalla presenza militare all’interno della “zona di guerra”[1]. Circa 3-5.000 persone provenienti dall’Isontino, dal Cadore, dal Trentino furono internate con l’accusa di essere “austriacanti”, sovversivi e spie; mentre i soggetti ritenuti più pericolosi e i sudditi nemici furono trasferiti in Sardegna, giovani, donne ed anziani furono invece allontanati dalla “zona di guerra” e costretti a risiedere all’interno della penisola, in particolare nelle regioni centro-meridionali[2].
Le autorità militari italiane incontrarono nei territori occupati ex-austriaci una popolazione essenzialmente composta da donne, anziani e bambini e in questo contesto l’elemento femminile assunse una inedita centralità perchè diventò un elemento di mediazione tra truppe e comunità di retrovia. Optare quindi per una prospettiva di genere - in assenza ancora di uno studio complessivo sugli internamenti in Italia durante il primo conflitto mondiale - può sembrare prematuro, tuttavia può contribuire ad una migliore comprensione dei caratteri e delle linee politiche che guidarono questa prassi repressiva e ad illuminare ulteriormente i rapporti che si instaurarono tra militari e civili nelle zone di retrovia.
L’utilizzo della ricca serie di fascicoli del Segretariato Generale per gli Affari Civili, organismo dipendente dal Comando Supremo incaricato di gestire l’amministrazione dei territori ex-austriaci occupati dalle truppe italiane, pone alcuni problemi. Innanzitutto, come è già stato notato, le autorità italiane sin dai primi mesi di guerra utilizzarono in forma ambivalente i termini “profughi” e “internati”, un criterio che impone una analisi puntuale dei singoli casi, nel tentativo di dipanare questo problema così importante; sono quindi stati presi in considerazione i fascicoli intestati a donne - sole o a piccoli gruppi - esplicitamente punite con provvedimenti di internamento, scartando dunque le situazioni derivanti da sgomberi, evacuazioni forzate o di profuganza. La documentazione del Segretariato Generale (verbali della commissione di revisione degli internamenti, rapporti e circolari di comandi militari, commissari civili, carabinieri, prefetti) richiede un’accurata verifica e un confronto con le lettere delle internate – vere e proprie scritture in “dislivello di potere” – che chiedevano la revisione dei provvedimenti; in questo modo è possibile cogliere le diverse (e opposte) posizioni, chiarire le reali motivazioni degli internamenti, ricostruire il vissuto e le esperienze delle donne e mettere in luce i meccanismi burocratici.

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1 Si rimanda a G. Procacci, L’internamento di civili in Italia durante la prima guerra mondiale. Normativa e conflitti di competenza, in “DEP. Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile”, 5-6, 2006, pp. 33-66.
2 Sugli internamenti in Italia, cfr. F. Cecotti, Internamenti di civili durante la prima guerra mondiale. Friuli austriaco, Istria e Trieste, in “Un esilio che non ha pari”. 1914-1918. Profughi, internati ed emigrati di Trieste, Isontino e dell’Istria, a cura di Franco Cecotti, Editrice Goriziana, orizia 2001, pp. 71-98; S e G. Milocco, “Fratelli d’Italia”. Gli internamenti degli italiani nelle “terre liberate” durante la grande guerra, Gaspari, Udine 2002; E. Ellero, Autorità militare italiana e popolazione civile nell’Udinese (maggio 1915-ottobre 1917). Sfollamenti coatti e internamenti, in “Storia Contemporanea in Friuli”, XXVIII, n. 29, pp.7-108. Per un quadro generale, cfr. B. Bianchi, I civili: vittime innocenti o bersagli legittimi?, in La violenza contro la popolazione civile nella Grande Guerra. Deportati, profughi, internati, a cura di Bruna Bianchi, Unicopli, Milano 2006, pp. 56-63.

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1 comment

    • Attilio on 23 Settembre 2013 at 09:18
    • Reply

    La storia dei profughi Trentini in Italia non è molto conosciuta rispetto a quella parte di nostri avi che presero la via per la Boemia e l’Austria.
    In Italia ci fu una vera e propria “diaspora” dei poveri Trentini e in condizioni molto precarie…

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