Documentario · Identità e memoria

Fiöi dal Nos

Ladinità nonesa e solandra: cultura e lingua

Due anni di ricerca, un documentario, una domanda che ci portiamo dentro da sempre: chi siamo, noi delle Valli del Noce? Fiöi dal Nos è il racconto per immagini delle nostre radici (retiche, latine, ladine) e resta, a più di un decennio dalla sua nascita, la pietra di fondazione dell'Associazione.

Documentario Fiöi dal Nos: figuranti in costume storico presso un torrente nel bosco delle Valli del Noce
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A distanza di anni, la stessa domanda

Quando Fiöi dal Nos fu presentato, nel 2015, El Brenz era un’associazione giovane e questo documentario fu il suo primo grande atto: mettere in fila, con rigore e con passione, le prove di un’identità antica. Sono passati undici anni, e quelle domande sono ancora la nostra bussola. Nel frattempo la ricerca che lo sostiene non ha perso una virgola di validità, e la voce degli intervistati continua a parlare. Per questo abbiamo voluto ridargli il posto d’onore che merita.

La motivazione

Alla base c’è un intento semplice e ambizioso insieme: la riscoperta delle antiche radici storiche, culturali e linguistiche delle Valli del Noce. Non un esercizio di nostalgia, ma la volontà di dare fondamento a ciò che i nostri anziani hanno sempre saputo per istinto, che la nosa parlada non è un “dialetto” minore, ma una lingua con una storia lunga e nobile.

Il viaggio della ricerca

Lo studio che sostiene il documentario attraversa duemila anni: parte dai Reti e dalla cultura di Fritzens-Sanzeno, prosegue con i Romani e la lenta trasformazione dal retico al retoromanzo, fino alla definizione dei Ladini, alle testimonianze cartografiche e alla cronologia degli studiosi che, da Ascoli in poi, hanno riconosciuto la ladinità delle nostre valli. Il cuore emotivo è la ricerca sul campo di Massimo Paternoster. Quello che segue è lo studio integrale.

L’importanza della storia

La ricerca sulla quale si basa il documentario.

I Reti

Intorno al 500 a.C. si assiste alla comparsa, in Trentino-Alto Adige, bassa Engadina e Vorarlberg, della cultura di Fritzens-Sanzeno, che prende il nome da due località poste, rispettivamente, nella Valle dell’Inn, in Austria, e in Val di Non in Trentino. Questa cultura nasce dallo sviluppo della precedente cultura di Luco arricchita di elementi provenienti dall’area padana. La sua diffusione in un’area geografica ben definita è dimostrata dalla presenza di particolari tipi di ceramica, strumenti di ferro (asce, zappe, chiavi) nonché di oggetti ornamentali in bronzo. Nella stessa zona vi sono anche le medesime strutture abitative, pratiche di culto e iscrizioni, realizzate con caratteri propri dell’alfabeto di Bolzano o di Sanzeno, corrispondente ad una variante di quello nord-etrusco, adattato alle esigenze della lingua locale. La cultura di Fritzens-Sanzeno è considerata propria della popolazione retica perché esiste una corrispondenza tra un’estesa parte dell’area assegnata a quelle genti dalle fonti antiche e il territorio che la ricerca archeologica ha dimostrato essere stato interessato da tale cultura.

Strabone (63 a.C. – 19 d.C.), ad esempio, scrisse che la popolazione dei Reti occupava l’area alpina centro-orientale, oltre Como e Verona, fino alle terre solcate dal Reno e al lago di Costanza. Proprio in questa zona le scoperte archeologiche hanno permesso di riportare alla luce strutture abitative e oggetti dalle uguali caratteristiche, tanto da poterli considerare elementi distintivi di un’unica cultura, appunto quella di Fritzens-Sanzeno.

L’oggetto più caratteristico della cultura retica è una tazza in ceramica dal fondo ombelicato e dal profilo ad “S”. I Reti hanno lasciato numerose prove della loro presenza sul territorio trentino, non solo nelle valli principali, ma anche in quelle interne. È stato possibile ritrovare i resti di veri e propri villaggi, costruiti su alture (Fai della Paganella – località Dos Castel, Castel Tesino), su terrazzamenti (Montesei di Serso, Sanzeno), sul fondovalle (Nomi, località Bersaglio), presso conoidi (Zambana). Gli insediamenti erano costituiti da case seminterrate, di forma quadrangolare, perimetrate da muretti a secco e dotate spesso di un corridoio di accesso. Le pareti e il tetto delle abitazioni dovevano essere realizzati in legno o paglia, materiali deperibili e facilmente infiammabili, come dimostrano le tracce di frequenti incendi.

L’economia delle genti retiche era piuttosto varia. Oltre alla caccia, sono state trovate prove dello svolgimento dell’attività pastorale e dell’allevamento di caprovini, buoi, cavalli, polli. Sono state trovate anche molte roncole, strumento che rendeva più produttivo il lavoro di raccolta intensiva di fronde arboree da immagazzinare come foraggio invernale per gli animali. Vi era anche un’attiva produzione agricola, come dimostrano i resti di semi di frumento, orzo, lenticchie, rinvenuti durante gli scavi. È ampiamente attestata anche la produzione di vino per la presenza di vinaccioli, recipienti di bronzo destinati a contenerlo, strumenti di lavoro, utensili per costruire botti, e scene figurate che compaiono sulle situle, secchielli di lamina sottilissima di bronzo, decorati all’esterno con la tecnica dello sbalzo o con il bulino. L’abitudine di decorare le situle si diffonde tra il VII e il IV secolo a.C. in un’area geografica estesa dal Po al Danubio e dà origine a una vera e propria “arte delle situle”, che trae origine probabilmente dal mondo etrusco, con cui i Reti ebbero sicuramente molti contatti.

I Reti attribuivano molta importanza alla sfera sacra, come dimostrano i rinvenimenti riferibili ad aree sacre e roghi votivi: veri e propri ex voto, per lo più bronzetti figurati recanti dediche alle divinità a Sanzeno, ciottoli incisi a Montesei di Serso, ossa con iscrizioni o lamine di bronzo ritagliate a Mechel. In quest’ultimo sito, frequentato dal Bronzo recente fino all’epoca romana (III/IV sec. d.C.), sono state portate spesso come offerte fibule in miniatura, corna di cervo con iscrizioni, frammenti di situle figurate. A Stenico, in località Calfieri, sono state rinvenute le tracce di un luogo di culto frequentato già nel Bronzo medio con roghi votivi. In questo periodo era praticato il rito funebre dell’incinerazione.

I Reti erano un popolo nativo dell’area alpina centro-orientale: bravi artigiani (la Seconda Età del Ferro coincide praticamente con la loro cultura) e pacifici montanari, che scendevano fino alla pianura veronese per barattare oggetti e bestiame. Ebbero contatti con gli Etruschi, dai quali impararono l’alfabeto, e con i Celti, ma etnicamente sono da considerare indigeni alpini. Gli elementi di continuità tra la cultura dei Reti e la nostra vanno ricercati soprattutto nel rapporto con l’ambiente, con gli spazi coltivati e con la montagna, ove i Reti conducevano il bestiame all’alpeggio. Sempre in montagna praticavano spettacolari cremazioni e roghi votivi (con sacrifici di animali e di vasellame) che ricordano i roghi accesi a tutt’oggi sulle vette, in Alto Adige. I pascoli, i campi e i monti erano di proprietà comune; le comunità si riunivano in assemblee per trattare i loro affari e per eleggere i capitribù, principi che saranno poi assimilati dalle Carte di Regola dei liberi comuni tridentini. Ma è forse nell’edilizia che si trovano le analogie più sorprendenti: l’ubicazione degli antichi villaggi retici, l’orientamento e la forma delle case (quadrangolari, a modulo unifamiliare, con vani a schiera) ricordano quelli di molti moderni borghi montani.

Un altro elemento culturale che il Trentino ha ereditato in pieno è il duplice orientamento verso il polo danubiano e quello padano: tra la terra dei Teutoni e quella dei limoni. A Catone il Vecchio si deve la prima menzione del termine “retico”, utilizzato per identificare un vino molto apprezzato. I limiti dell’area assegnata a queste popolazioni sfuggono peraltro a una dettagliata identificazione: le notizie tramandate dalle fonti greche e romane sono scarse, incidentali e talvolta contraddittorie. Sulla base di quanto riferiscono in particolare Strabone e Plinio il Vecchio è comunque possibile circoscrivere nell’area alpina centro-orientale il territorio dei Reti. La considerevole diversità fra le testimonianze archeologiche del territorio etrusco e di quello alpino, e il riconoscimento in quest’ultimo di specifici aspetti culturali con fenomeni di continuità, escludono chiaramente una filiazione dei Reti dagli Etruschi, pur nel forte influsso di questi ultimi. La politica espansionistica di Roma a danno dei popoli alpini fu coronata nel 16-15 a.C. con le guerre retiche, condotte vittoriosamente da Tiberio e Druso, i figli adottivi di Augusto.

Riferimenti bibliografici: Franco Marzatico, voce «Reti» dell’Enciclopedia Archeologica, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani; opere di Strabone, Plinio il Vecchio, Pompeo Trogo, Livio, Cassio Dione Cocceiano.

Scrittura e lingua

Una delle conquiste più importanti della storia culturale dei Reti è la comparsa della scrittura attorno al 500 a.C. Essa si diffuse presso i Veneti e nelle Alpi con la mediazione degli Etruschi e venne utilizzata soprattutto per il culto, per iscrizioni votive nei santuari e su steli funerarie. La maggior parte delle iscrizioni conservate consiste in pochi segni di alfabeto: viene così confermato che solo la minima parte della popolazione, soprattutto i sacerdoti, conoscesse la scrittura e la lettura. Sulla base di circa 300 iscrizioni scritte in alfabeto sinistrorso “nord-etrusco” rinvenute in territorio retico, si distinguono quattro varianti grafiche: l’alfabeto di Lugano, di Sondrio-Valcamonica, di Bolzano (o di Sanzeno) e di Magrè, questi ultimi due di origine non indoeuropea. La presenza di questi diversi alfabeti rivela l’esistenza di varie lingue e dialetti.

Musei retici

Museo Retico, Centro per l’archeologia e la Storia antica della Valle di Non. Si propone come un attivo polo di comunicazione culturale e strumento per la valorizzazione della storia antica del territorio. Nell’edificio, di impronta decostruttivista, progettato dall’architetto trentino Sergio Giovanazzi, è ospitata l’esposizione permanente del ricco patrimonio archeologico locale, con sale per video e conferenze, spazi per mostre temporanee, laboratori didattici, la sezione della biblioteca archeologica “Pia Laviosa Zambotti” di Trento e una vasta area esterna per l’archeologia sperimentale. All’interno è visitabile anche la mostra “Sanzeno Antica”, che illustra la storia delle ricerche archeologiche dal XIX secolo a oggi. L’edificio è situato all’imbocco della passeggiata che porta nella gola del santuario di S. Romedio. Il percorso espositivo accompagna il visitatore dalla preistoria all’alto medioevo, con un ruolo importante riservato al popolo dei Reti; l’allestimento è curato dall’architetto torinese Maurizio Buffa. (visitvaldinon.it, Museo Retico)

Museo Retico di Coira (Svizzera). Il museo di storia dei Grigioni si trova nella Casa Buol, nella città vecchia di Coira: una casa patrizia barocca costruita nel 1675 dal barone Paul von Buol di Strassberg e Rietberg (1634-1697). Come in altri Cantoni svizzeri, la fondazione del museo avvenne verso la fine del XIX secolo per frenare il crescente esodo di preziosi beni culturali, per iniziativa del giurista, storico e politico Peter Conradin von Planta-Zuoz (1815-1902). L’8 giugno 1872 fu inaugurato al pianterreno della Casa Buol. (raetischesmuseum.gr.ch)

I Romani

Il Trentino è un territorio frequentato dall’uomo in modo sostanzialmente continuativo sin dalle epoche più antiche, dal Paleolitico all’età romana. La regione si trova in una posizione geografica che crea un collegamento tra l’area padana e i territori a nord delle Alpi: la Val Venosta, con il passo Resia, ha favorito i contatti con l’Engadina e la Germania sud-occidentale, mentre la Val Pusteria, con il passo del Brennero, quelli con l’area alpina orientale. La presenza del lago di Garda ha facilitato le comunicazioni con la pianura padana; l’Adige, che attraversa la regione longitudinalmente, e le molte valli trasversali hanno sempre permesso facili scambi culturali, anche con paesi lontani (si pensi alle conchiglie di columbella e cyclope del Riparo Dalmeri, o all’ossidiana di Lipari trovata a La Vela). A un’economia basata in un primo momento su caccia e raccolta si aggiunsero, dal neolitico, l’allevamento e l’agricoltura; la viticoltura, dall’età del Ferro, era praticata soprattutto nel Trentino meridionale, e vari autori romani (Floro, Svetonio, Plinio) parlano del famoso “vino retico”.

Nel passaggio tra la seconda età del Ferro e l’epoca romana la cultura locale non fu soppiantata totalmente da quella romana, ma mantenne spesso la sua originalità: negli oggetti d’uso quotidiano in ferro, nell’abitudine di porre sigle in alfabeto retico su pesi da telaio, nel seppellire i defunti abbigliati come da vivi. I dati archeologici convalidano l’idea che dal II/I sec. a.C. non ci siano stati in Trentino grossi episodi bellici e che i rapporti con i Romani siano stati abbastanza tranquilli. I primi contatti risalgono al III/II sec. a.C. e avvennero, tranne rari casi, non con la forza ma attraverso pacifici scambi commerciali e trattati con le classi dirigenti locali. Solo agli inizi del I sec. a.C. la regione a nord del Po (Transpadana o Cisalpina) ricevette un’organizzazione politico-amministrativa complessiva, con la concessione (probabilmente nell’89 a.C.) dello ius Latii; nel 49-42 a.C. i Cisalpini ottennero la cittadinanza romana. Sorsero così i Municipia, formati da una città e dal territorio circostante, retti da quattro magistrati.

Dal retico al retoromanzo attraverso il latino volgare

Definizione di retoromanzo. Si dice dell’insieme delle lingue e dei dialetti neolatini stabiliti nell’area occupata dagli antichi Reti. Questa zona linguistica periferica della Romània è stata, attraverso i secoli, molto intaccata, ridotta e frantumata: di essa sopravvivono oggi i tre gruppi dialettali neolatini della zona alpina e subalpina centro-orientale, le parlate dei Grigioni, del Friuli e di alcune valli dolomitiche, note come dialetti ladini.

Coscienza ladina. Nel XIX secolo nasce una coscienza nazionale ladina diffusa, insieme alla convinzione che il ladino sia una lingua propria. Nel 1870, presso il seminario di Bressanone, nasce l’unione “Naziun Ladina”; nel 1905, a Innsbruck, viene fondata la “Uniun Ladina”. Vengono pubblicati i primi giornali ladini e i calëndri (calendari-cronaca).

I Ladini

Il termine ladino fa il suo ingresso nel mondo della ricerca con il linguista Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907), il primo ad analizzare in modo sistematico le lingue parlate nelle Alpi e a riconoscere legami e affinità tra le parlate friulane, dolomitiche e romance, raggruppandole nel retoromanzo e formulando la teoria dell’unità ladina. Dopo la caduta dell’Impero Romano la regione di parlata retoromanza si estendeva ininterrotta dagli attuali Grigioni al Friuli; nei secoli seguenti le popolazioni alpine, frammentate e prive di strutture politiche comuni, subirono forti pressioni demografiche e culturali. Il ladino deriva dall’idioma parlato dalle popolazioni del Norico rifugiatesi nelle vallate delle Alpi orientali dal V secolo, fuggendo dalle invasioni: questi gruppi, unitisi alle preesistenti etnie celtiche (breoni), erano indicati dalle popolazioni di lingua tedesca come Welsch, mentre essi stessi si autodefinivano latini (da cui ladin).

Il ladino dolomitico costituisce una serie di dialetti retoromanzi parlati da circa 30.000 persone nella parte orientale dell’arco alpino, nella cosiddetta isola linguistica ladino-dolomitica, che ha come centro il massiccio del Sella: Val Badia con Marebbe, Val Gardena (Bolzano), Val di Fassa con Moena (Trento), Livinallongo del Col di Lana, Colle Santa Lucia e Cortina d’Ampezzo (Belluno). Un tempo unite nella stessa unità amministrativa, queste comunità furono divise nel 1923 tra le province di Trento, Bolzano e Belluno, con un diverso grado di tutela ciascuna.

Secondo Ascoli venne a crearsi, a cavallo delle Alpi centrali, un’estesa regione in cui le popolazioni romanizzate mantenevano un sostrato linguistico, etnico e culturale proprio della componente retica. Questa vasta area retoromanza si sgretolò con la fine dell’Impero e con le invasioni barbariche, e fu in gran parte assimilata: solo alcune “isole” mantengono ancora le caratteristiche retoromanze che Ascoli chiama ladine. Ed è lo stesso Ascoli, nei suoi Saggi Ladini, a identificare queste aree residue, che vanno dalla Svizzera romanza ai ladini del Gruppo di Sella, fino a quelli che egli chiama i ladini occidentali, e cioè i nonesi e i solandri.

Le tappe della «questione ladina» per Non e Sole

Va sotto il nome di “questione ladina” un lungo dibattito (protrattosi per oltre cent’anni) sulla posizione del retoromanzo tra le lingue nate dal latino, dai toni talvolta aspri, in cui la linguistica trovava supporto anche in forti motivazioni nazionalistiche. Le tappe che definiscono la ladinità nonesa e solandra, nelle testimonianze degli studiosi:

  • 1855, Giorgio Sulzer colloca il “dialetto della Val di Non in Tirolo (Nones)” nell’elemento celto-vallico, tra i dialetti consimili al Ladino dell’Engadina.
  • 1873, con Graziadio Isaia Ascoli iniziano sia la “questione ladina” sia gli studi dialettologici. Dimostra che i dialetti retoromanzi formavano in origine un’unità linguistica autonoma, alla pari di spagnolo, francese e romeno; individua tre “anfizone” ladine, di cui una comprendente le Valli di Non e di Sole, qualificandone la parlata come “nonese”. Vigilio Inama di Fondo sostiene la tesi ascoliana.
  • 1917, per Carlo Salvioni i ladini vanno collocati nel sistema gallo-padano; la tesi accende forti polemiche sull’italianità delle parlate alpine.
  • 1935, Carlo Tagliavini considera i dialetti ladini strettamente connessi con l’alto italiano; per le Valli del Noce parla di “varietà ladineggianti del Trentino occidentale”.
  • 1938, il retoromanzo viene riconosciuto come quarta lingua ufficiale della Confederazione Elvetica.
  • 1940, Giulio Bertoni afferma che il ladino può o deve essere considerato una lingua, confutando le tesi battistiane.
  • 1953, Carlo Battisti afferma che il ladino è intimamente collegato con l’italiano settentrionale di tipo arcaico.
  • 1962, Giovan Battista Pellegrini, attraverso la toponomastica e testi antichi, individua caratteristiche ladine in aree più ampie.
  • 1964, Enrico Quaresima di Tuenno, nel Vocabolario anaunico e solandro, evidenzia le concordanze con le altre parlate ladine, aggiungendo che “l’anauno-solandro presenta anche spiccate caratteristiche sue proprie che lo distaccano nettamente dai dialetti ladini”.
  • 1965, Renato Barbagallo ammette l’unità del ladino concepita da Ascoli.
  • 1982, Pellegrini scrive che i ladini occidentali “sono assai poco conosciuti poiché non hanno mai fatto tanto chiasso […] Ben s’intende che tale osservazione è valida se «ladino» continuasse ad essere un concetto linguistico. In tal caso dovrebbero essere giudicati «ladini» buona parte dei Bellunesi, Cadorini, Agordini e Zoldani, ai quali potrebbero aggregarsi altri «ladini» ascoliani della provincia di Trento: Fiammazzi, Cembrani, Nonesi, Solandri”.

Cartine che testimoniano la ladinità delle Valli del Noce

Il documentario presenta una serie di testimonianze cartografiche: Le lingue romanze in Europa; la Cartina etnica dell’Impero Austro-Ungarico del 1880; una cartina-documento; e la Cartina del Trentino divisa per dialetti a cura del prof. Roland Bauer e del prof. Hans Goebl dell’Università di Salisburgo, ricavata da un progetto ALD, che permette di ascoltare circa 850 termini pronunciati nelle varie zone del Ladino Dolomitico. L’Istitut Cultural Ladin Majon de Fascegn mette inoltre a disposizione documenti e registrazioni d’archivio, che Massimo Paternoster ha analizzato e in parte utilizzato nelle interviste.

Cartina del Trentino divisa per dialetti, progetto ALD

Cartina del Trentino divisa per dialetti, dal progetto ALD a cura del prof. Roland Bauer e del prof. Hans Goebl (Università di Salisburgo). Licenza CC BY-SA 4.0.

Le ricerche grammaticali

A dare fondamento accademico allo studio, due lavori:

  1. la tesi di laurea di Veronica Bertagnolli (Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 2007/2008) sullo studio del nones come lingua e non come dialetto;
  2. la ricerca di Franziska Maria Hack (University of Oxford), Investigating Interrogation in the Northern Italian Area, or What Corpora Can Tell Us and Which Questions they Leave Open.

La ricerca sul campo di Massimo Paternoster

Massimo Paternoster ha intervistato persone in varie località del Trentino, sottoponendo loro alcuni quesiti: faceva ascoltare l’audio di una registrazione, una o più volte, e chiedeva di individuare la località della parlata. Geograficamente, le domande sono state poste ad abitanti di tutti i comuni della Val di Non, di cinque comuni della Val di Sole, e a Mezzolombardo, Trento e Pergine.

Le risposte più frequenti erano: “Val di Non”, “Val di Sole”, “Vervò”, “Revò”, “Fondo”, “Alta Anaunia”, “Castelfondo”, e affermazioni come “io questo l’ho sentito parlare ancora”, “mi chest el conosi”, “chesto l ai sentù amò”, “sto cì me mpar de conoserlo”. Dopo la risposta, svelata la vera provenienza della parlata (Moena o Pera di Fassa) grande era lo stupore, quasi un rifiuto. Solo dopo la spiegazione del motivo dell’intervista e la consultazione dei documenti che dimostravano la veridicità delle registrazioni, gli intervistati si capacitavano della verità: che quel “nones” era in realtà “ladino moenat” e “ladino brach”.

A Pergine, l’intervistato, dopo l’ascolto di una parlata di Pera di Fassa, rispose: “fassano”…, subito dopo, “no, il fassano è pieno di gne gni gno gna… no! Non è fassano”… e dopo un’altra riflessione affermò: “…nones!”, aggiungendo: “Fà na roba, te vai sù en Val de Non e te ghe domandi ai nonesi, te vedrai che el te dise subito…”.

Note

  1. Graziadio Isaia Ascoli: linguista e glottologo, senatore del Regno d’Italia; fondatore della dialettologia retoromanza e della rivista Archivio glottologico italiano.
  2. Giorgio (Johann Georg) Sulzer, dall’opera del 1855 Dell’origine e della natura dei dialetti comunemente chiamati romanici messi a confronto coi dialetti consimili esistenti nel Tirolo.
  3. Giovan Battista Pellegrini, autore della Carta dei Dialetti d’Italia (1977).

Un lavoro corale

Fiöi dal Nos è nato dal lavoro del Direttivo e dei soci di El Brenz di allora, con la ricerca sul campo e l’analisi delle registrazioni curate da Massimo Paternoster. A tutti coloro che, in quei due anni, hanno dato tempo, competenze e passione, va il riconoscimento di aver costruito qualcosa che dura.

Le radici non gelano

Oltre un decennio dopo, le domande di Fiöi dal Nos non solo restano aperte: hanno trovato nuovi modi per farsi ascoltare. La ricerca linguistica continua con l’Atlante del Ladino, la memoria degli anziani troverà casa nella Mediateca, e la nosa parlada ha oggi persino un assistente digitale. Questo documentario resta il punto da cui tutto è partito.

Raìs fonde no le ‘nglacia.


«Fiöi dal Nos. Ladinità nonesa e solandra: cultura e lingua» · documentario dell'Associazione Storico Culturale Linguistica El Brenz delle Valli del Noce (2015). Video sul canale YouTube ufficiale di El Brenz. Le testimonianze cartografiche citate nello studio saranno riproposte nella pagina man mano che ne verificheremo le licenze.